Eco non è eco

Umberto Eco

Ieri sera mi è capitata sottomano una copia della Storia della bruttezza di Umberto Eco. Non è solo un meraviglioso excursus su come l’estetica del brutto si è sviluppata nei secoli ma anche un’appassionata e approfondita raccolta di testi, immagini, citazioni,  che mostrano, come se ce ne fosse bisogno, l’immensa cultura enciclopedica dell’autore.

Pare sempre che Eco si lasci travolgere dalla necessità di abbondare con gli esempi. Troviamo brani dei grandi classici come Shakespeare, Rabelais, Hugo, Dostoevskij, Balzac, e vere e proprie squisitezze letterarie, fra cui una sconvolgente descrizione della terribile carestia del 1033 tratta dalle Strorie dell’anno mille di Rodolfo il Glabro.

Lo stesso vale per la selezione di immagini: i capitoli del libro sono accompagnati da un totale di circa 220 pagine dedicate esclusivamente a illustrazioni. Il suo gioco è noto a tutti. Eco è un grande scrittore di altri scrittori. Ingaggia con il lettore una sfida continua su date, personaggi, citazioni, e lo mette alla prova facendogli passare sotto il naso i riferimenti più disparati. E’ un collezionista di rarità testuali e un appassionato di reperti letterari.

Le fonti sono materia che plasma il suo stile: in ogni opera cita per argomentare, attinge per ricostrure, riporta per confutare, scrive per celebrare. Ma con i suoi scritti Eco fa un’altra cosa: consuma. Parliamo di carta, stampa, inchiostro, cellulosa. Non perché pubblica uno, due nuovi libri all’anno. E nemmeno per l’ampiezza delle sue opere: se pensiamo alla Recherce o alla Summa Theologiae in quanto a lunghezza, Baudolino è non più di una brochure.

Il problema è l’enorme spazio riservato alla citazione delle fonti. Niente da dire se parliamo di scrupolosità analitica. Ma se la vediamo in un’ottica di spreco, si tratta di pagine e pagine piene zeppe di porzioni di testo già presenti in altre opere, la cui presenza appare ridondante e superflua.

E nella maggior parte dei casi, si tratta di passi ampiamente pubblicati,facilmente reperibili e alla portata di tutti. Nella Storia della Bruttezza, su 453 pagine, solo una cinquantina racchiudono i pensieri e le teorie dell’autore. Il resto sono tutti riferimenti, celebrati sul finale da una mastodontica bibliografia. E questo non è l’unico esempio, perchè lo stesso vizio si trova nella Storia della Bellezza, gemello del primo, anche nello spreco; ne Il nome della rosa, un magistrale collage di opere;  in Dall’albero al labirinto, dove le note sono interi passi di autori latini, per non parlare poi dei libri ricavati da raccolte di articoli già usciti, come Alla periferia dell’impero, La Bustina di Minerva, il Diario Minimo.

E’ vero che un discorso simile si potrebbe fare anche per le riedizioni: stampare libri che sono già in circolazione, come i classici, non è un inutile spreco di risorse? Ma lì la cosa è un po’ diversa, perchè si tratta del naturale adeguamento delle case editrici alla domanda di opere che fanno parte, e lo faranno sempre, del patrimonio culturale universale.

Lo scopo di una nuova edizione è diffondere maggiormente letture che possono aiutarci a capire chi siamo, possibilmente raggiungendo più lettori, che è cosa ben diversa dal ripropinare le stesse opere a chi le ha già lette. Nessuno può avere in casa due edizioni de I miserabili, a meno che non sia un discendente di Hugo. E certo, non possiamo pretendere, per ridurre l’impatto ambientale, di leggere tutto il De civitate Dei sulla pergamena.

Qui parliamo della stessa personalità artistica dell’autore. E’ il cuore della ricerca di Eco, la sua attività letteraria, il suo approccio culturale a non essere ecosostenibile. E non lo è di per sé, perché trova le sue fondamenta su altri scritti, è interamente costruito sulla citazione di testi che tutti noi abbiamo già consumato. Leggere Il sosia mi serve per capire fino a che punto l’inconscio può condizionare la mia esistenza, ma trovare lo stesso passo spiattellato su una pagina della Storia della Bruttezza diventa solo un gratuito consumo di risorse.

Purtroppo viviamo in un’epoca in cui il brutto assume forme più subdole e meno teatrali. Anche un libro così profondo e articolato può entrare nel registro di un’estetica del brutto, se assumiamo come parametri di riferimento l’impatto delle nostre azioni sulla natura. E allora non vorrei che a Eco venisse in mente di aggiornare la sua Storia della Bruttezza, necessitando addirittura di molte pagine in più.